martedì 3 settembre 2013

Il figlio della guerra

Aveva soli sette anni e il suo destino era già stato deciso. Così come tutti i bambini spartiati della sua età, Damian fu costretto ad abbandonare la sua famiglia e i suoi divertimenti per proiettare la sua esistenza verso la quotidiana ricerca dell’onore, anche a costo della vita stessa.
Venne un uomo a portarlo via con sé – Vuoi diventare un uomo valoroso, famoso e potente come tuo padre, piccolo?
Il bimbo annuiva ingenuamente come persuaso dal tono convincente dell’uomo che rendeva la proposta piuttosto allettante. Il padre lo guardava estasiato e con un sorriso lo incoraggiava ad andare, mentre la madre, con gli occhi lucidi, si stringeva al marito con il volto diretto dall’altra parte per non sconvolgere il piccolo Damian con le sue lacrime. L’uomo allora lo prese per la sua piccola mano e lo condusse verso quella che sarebbe stata la sua nuova dimora sino all’età di trenta anni.
Proseguirono fino a ritrovarsi dinnanzi ad una costruzione enorme e imponente: la caserma.
Dall’esterno era possibile sentire un canto sfrenato, ma stanco, che accompagnava una marcia ancora non del tutto perfetta, che faceva così:

Andremo avanti, andremo avanti
e sebbene siate morti e andati, credetemi
noi porteremo avanti la vostra memoria
la porteremo avanti
e nel mio cuore non posso contenerla
l'inno lo spiegherà
non mi coinvolgerai mai
perché il mondo non prenderà mai il mio cuore
puoi provarci, ma non mi spezzerai mai...ecc.

Continuavano in tal modo all’infinito, senza mai fermarsi un secondo. Il piccolo e l’uomo entrarono e con passo veloce attraversarono l’intero edificio. Damian vide bambini di tutte le età in condizioni terribili marciare nonostante la spossatezza e il dolore per i colpi di staffile e per i cramp allo stomaco; vi erano poi i più grandi che si allenavano con le lance, i giavellotti, e le spade, qualcuna a volte sporca di sangue. L’ambiente non era affatto accogliente e le grandi stanze erano sporche e poco illuminate. Così procedendo il piccolo spartiata fu condotto dinnanzi all’istruttore, che, appoggiatagli la sua gran mano ruvida, gli disse:
- Benvenuto piccolo, adesso sei un ragazzo della truppa! Come ti chiami?
- Mi chiamo Damian signore!
L’uomo sorrise compiaciuto, poi mise il suo braccio intorno alle piccole e minute spalle del bambino, e fece cenno all’altro di andare per lasciarli da soli. Presero a camminare lentamente.
- Damian tu sai benissimo di essere il figlio di uno tra i migliori guerrieri che fanno parte
dell’esercito spartano...- il piccolo stava ad ascoltare, osservando l’istruttore con occhi sgranati
dalla curiosità – Bene, e come tale sarai trattato!
Ciò non voleva dire che le sue condizioni all’interno della caserma sarebbero state migliori degli altri allievi.
Al contrario il padre di Damian aveva ricevuto un’istruzione ancor più severa, perché da lui erano pretese le migliori prestazioni, poiché anch’egli, come il resto delle generazioni precedenti, era figlio di un abilissimo guerriero spartano, che aveva prestato servizio allo stato fino alla fine dei suoi giorni, sempre fedelmente.
Quindi la vita di Damian all’interno della caserma divenne quasi impossibile: gli allenamenti erano snervanti e a volte anche noiosi, un esempio lo era la Pirrica, ma gli istruttori continuavano a ripetere che tale danza era essenziale per sciogliere i muscoli e acquistare il respiro; nonostante tutto quel che dicessero, “danzare” era davvero seccante; i dormitori non erano per niente comodi, anzi i piccoli allievi dormivano su dei giacigli, i quali non erano altro che miseri pagliericci di canne; per non parlare del cibo frugale: la sera, a cena, veniva servita loro una brodaglia nera, mentre gli adulti, tra i quali anche sessantenni, godevano di un pasto moderatamente migliore rispetto al loro; quel che forse si poteva considerare l’usanza più vantaggiosa per i giovani aspiranti guerrieri, era la libera uscita una volta alla settimana, durante la quale questi ne approfittavano per svagarsi e dedicarsi a ciò che non riguardasse la guerra.
Gli allenamenti per Damian si dimostrarono, infatti, inizialmente piuttosto faticosi ma, come volevasi dimostrare, egli riuscì a soddisfare le richieste dei suoi istruttori, che lo tenevano sotto controllo continuamente.
Il giovane spartiata crebbe così forte e coraggioso che ritennero opportuno farlo partecipare alle criptee: cacce segrete, durante le quali egli ed altri suoi compagni più coraggiosi, armati di un pugnale e forniti di una minima quantità di cibo, ebbero il compito di scovare e uccidere segretamente i cospiratori tra i popoli assoggettati.
Il successo ottenuto al ritorno dalle criptee rese Damian, ormai divenuto adolescente, più che popolare all’interno della caserma fra tutti gli allievi, grandi e piccoli. Ma, a sua volta, una tale fama gli procurò amici e nemici, questi ultimi più numerosi dei primi. Fra tutti i rivali il più ostinato e invidioso era un certo Petro, suo coetaneo, al quale era morto il padre in battaglia e perciò egli doveva assolutamente risultare il cadetto modello per assicurare alla sua famiglia fama e gloria così come aveva provveduto il padre precedentemente. Voleva superarlo ad ogni costo e con questo pretesto si sottoponeva ad allenamenti più duri e più faticosi, sotto sorveglianza di un istruttore della caserma, vecchio amico d’infanzia del genitore scomparso. Nonostante ciò, nulla cambiava, il nome di Damian era sulla bocca di tutti.
Egli inoltre, col tempo raggiunse un livello tale che decisero di fare un’eccezione solo per lui e affrettare i tempi: stabilirono di celebrare la cerimonia del sacrificio e dell’iniziazione al tempio di Artemide Orthia il primo giorno del mese successivo, mentre gli altri avrebbero dovuto attendere il compiersi dei loro venti anni. Questo scatenò una grande indignazione da parte dei cadetti più giovani, ma la cerimonia si fece in ogni caso.
Il primo giorno del mese successivo arrivò. Dal fondo della piazza tra le case basse ricoperte di calce si aprì la folla antistante per fare largo al corteo: alla testa vi erano i sacerdoti avvolti in nivee vesti, con il capo fasciato da lunghe bende di lana; subito dopo gli araldi e i loro serventi; dietro marciavano gli Eguali, vestiti di tuniche e mantelli rossi color del sangue, che finirono col disporsi lungo quattro file, rimanendo immobili, scudo contro scudo. Poco più distante seguivano le guardie reali dalle armature ornate con gli stemmi delle principali famiglie e dietro i due re, seguiti dai Paidotribi, ovvero i cittadini educatori. Tutto ciò solo per Damian, che allora aveva soli diciassette anni. In seguito al sacrificio ad Artemide, si spalancarono le porte del tempio al suono acuto dei flauti; cinque efori chiamarono il giovane spartiata per nome, il quale venne afferrato per le braccia e frustato fino allo sfinimento. Poi gli furono coperte le spalle insanguinate con uno dei mantelli rossi degli Eguali e posto tra le braccia uno scudo con una grande lambda. Un uomo si avvicinò al giovane tremante, che sentiva ancora il sangue scorrergli lungo le spalle, e gli disse:
- Da questo giorno tu sei un Iranes, effettivo a pieno titolo dell’esercito di Sparta! E d’ora in poi dovrai servire lo stato sempre fedelmente... - questo continuava a parlare, ma Damian sentiva la sua voce lieve e impercettibile, come fosse lontana. Riuscì a resistere al dolore lancinante alle spalle finché l’uomo non smise di parlare dopo più di dieci minuti, fu allora che cadde a terra svenuto. La madre, che aveva assistito per tutto il tempo, si fece largo tra la folla e si gettò sul figlio sanguinante, ma fu subito allontanata e il ragazzo fu portato in caserma.
Damian trascorse altri dieci lunghi anni in caserma, conducendo sempre la stessa vita tra gli allenamenti.
A Sparta nel frattempo la tensione era talmente densa che si poteva tagliare col coltello: le ostilità con Atene si erano accentuate, poiché entrambe le città ambivano a ricoprire un ruolo egemone nel territorio greco, e inoltre si temeva l’invasione nell’Ellade dei Persiani, i quali si erano già impossessati della Lidia e della Mesopotamia, avevano sottomesso l’Egitto e adesso miravano al controllo dei commerci che passavano per il Mar Nero. Da poco le colonie ioniche dell’Asia minore si erano ribellate all’egemonia dell’impero persiano, e solo Atene, per i suoi interessi sull’Egeo, le aveva appoggiate; sfortunatamente la rivolta si era
conclusa con la distruzione di Mileto e la deportazione dei suoi abitanti.
Quando Damian venne a conoscenza del pericolo incombente, si recò precipitosamente dal capo istruttore e poi dal padre stesso chiedendo loro supplichevolmente di poter far parte dell’armata allestita in vista dell’arrivo dei Persiani; il ragazzo voleva mettersi alla prova dopo anni di duro allenamento. Entrambi risposero al giovane che sarebbero stati entusiasti di acconsentire alla sua richiesta, ma era evidente che Atene sarebbe stato il bersaglio dei nemici stranieri, di conseguenza l’esercito spartano sarebbe intervenuto solamente nel caso in cui la città avesse richiesto soccorso militare. Damian rimase un po’ deluso da quella loro spiegazione, che poteva sembrare plausibile, ma che invece racchiudeva in sé un evidente e ostinato rancore nei confronti dell’eterna rivale. Nonostante ciò il giovane non si arrese e li implorò di voler combattere. I due uomini rimasero sbalorditi dalla sua volontà e dal suo coraggio, tanto che per un attimo ritennero possibile esaudire il suo desiderio.
Padre, figlio e istruttore si recarono così ad Atene segretamente, e riuscirono ad ottenere un colloquio con l’arconte Milziade, al quale esposero la loro richiesta. Questo si dimostrò ben lieto di acconsentire alla richiesta, a costo che gli spartani dessero comunque sostegno militare in caso di bisogno. I due uomini strinsero la mano all’arconte, dopodiché si rimisero in viaggio verso Sparta, dove Damian avrebbe ripreso ad allenarsi per prepararsi al suo gran momento di gloria.
Quel fatidico giorno arrivò dopo non molto tempo. I Persiani sbarcarono a Maratona con la loro flotta nel 490 a.C. in seguito all’invasione dell’Eretria, mentre il giovane guerriero si trovava già in viaggio verso il campo di battaglia, accompagnato dal padre, vestito di tutto punto per il combattimento. Quando i nemici si trovavano nei pressi della città, Damian era fortunatamente già arrivato a destinazione.
- Abbiamo bisogno di rinforzi! – disse Milziade rivolgendosi al padre del ragazzo, il quale gli rispose:
- Farò tutto ciò che è in mio potere, voi avete esaudito il desiderio di mio figlio, è ora che io vi ripaghi per ciò che avete fatto!
 A questa risposta l’arconte fece un piccolo inchino col capo in segno di gratitudine; detto questo i due uomini si separarono, tornando ognuno al proprio dovere. Una volta conclusi gli ultimi preparativi, i soldati si disposero in un gruppo centrale e in due ali; invocando il nome degli dei affinché questi vegliassero su di loro e recitando a squarcia gola il loro canto di guerra, presero a marciare.
Milziade decise di attaccare all’alba. Gli ateniesi aggredirono i nemici di corsa. I Persiani non erano ancora completamente pronti perché era mattina molto presto, si spinsero così contro il centro dello schieramento greco. I greci si ritirarono attirando i nemici all'interno delle proprie ali schierate, le quali si precipitarono sui fianchi dei Persiani mentre il centro sostenne improvvisamente l'urto dei nemici. Fra questi Damian si muoveva con maestria e con veemenza, quasi fosse una divinità; i suoi occhi erano infuocati, aveva la bava alla bocca e i suoi piedi erano pronti e scattanti, mentre la sua lancia aveva già trafitto i cuori di una dozzina di nemici, i quali gli si scagliavano addosso, inconsci di andare incontro a morte certa. Sembrava che
nessuno riuscisse a contrastarlo; sembrava che la guerra fosse la sua ragione di vita.
I Persiani in seguito ruppero le file e cominciarono a ritirarsi. Sotto la spinta dei Greci, la ritirata divenne una
rotta. I Greci stettero attaccati ai nemici in fuga fino alla spiaggia, li seguirono nell'acqua, mentre nuotavano verso le navi e catturarono sette imbarcazioni persiane. La battaglia non era ancora terminata però, adesso bisognava difendere la città di Atene per l’ultima volta, dal momento che i Persiani vi si dirigevano con ciò che era rimasto della loro flotta. A quel proposito Damian rimase piuttosto perplesso, si chiedeva se a questo punto valesse la pena combattere per la difesa di una città che non fosse la sua, quando gli si avvicinò Milziade in groppa al suo cavallo – Figlio di un traditore! Tuo padre mi aveva promesso rinforzi militari, e invece non si è presentato nemmeno con un misero uomo! Tornatene a casa ragazzo! Non abbiamo più bisogno del vostro aiuto!
- Mi dispiace signore, ma io non ho nessuna intenzione di tornarmene a casa, sono venuto sin qui
per combattere una guerra, e non me ne andrò senza il mio trofeo!
Detto questo l’arconte, infastidito dalla risposta del giovane, riprese la marcia con il resto
dell’esercito, compreso Damian.
La difesa di Atene fu logorante per tutti, i soldati ateniesi cadevano in ginocchio stremati dalla stanchezza, ora che dinanzi non vi era alcun nemico, ed un sorriso adesso marcava il loro viso intriso di sudore, che pian piano si trasformò in una risata e dopo ancora in un urlo. L’incubo era finalmente terminato.

Le porte della città avrebbero dovuto aprirsi al suo arrivo e l’intera popolazione avrebbe dovuto esser lì per accogliere uno dei vincitori, ma non fu così per Damian al suo ritorno in patria, poiché nessuno era a conoscenza della sua impresa e perciò nessuno poté lodarlo per le sue gesta.
Era notte fonda quando riuscì finalmente a rimettere piede in caserma: entrò silenziosamente portando con se il trofeo di guerra, raggiunto il dormitorio si spogliò dell’armatura e indossò i suoi abiti usuali; non appena provò a distendersi notò improvvisamente un leggero, quasi impercettibile, rumore di passi che andava avvicinandosi. Il giovane allora, incuriosito, sporse appena la testa sul corridoio, quando una giovane fanciulla gli passò davanti. Egli la fermò afferrandola per la mano,ma la ragazza in preda al terrore scappò via.
Il giorno seguente tutti furono lieti di rivedere Damian, sano e salvo. Venne innalzato un piccolo altare nel cortile centrale e destinata una parte del trofeo alle divinità, in segno di gratitudine. I genitori del giovane andarono a riabbracciare il figlio appena saputa la notizia del suo ritorno, ma Damian si dimostrò piuttosto indifferente nel vedere il padre, al contrario si gettò precipitosamente fra le braccia della madre, che cominciò a stringerlo a sé come fosse ancora un bambino. Ma certamente ancora bambino non era, anzi i suoi genitori avevano già provveduto a trovargli una moglie, la quale non era che la figlia del capo istruttore della caserma.
Quando i due giovani, alcuni giorni dopo, vennero presentati, si riconobbero immediatamente per quel brevissimo incontro che vi era stato tra loro la notte che Damian era ritornato in caserma dalla guerra.
- Damian questa è mia figlia Helene, la tua futura sposa! – disse l’uomo presentando la sua primogenita. Helene era una bella fanciulla di carnagione chiara, dai lineamenti raffinati, e dal portamento accurato; i lunghi capelli ricci e bruni le ricadevano sulle spalle, proseguendo lungo tutta la schiena, mentre i suoi grandi occhi scuri avevano già incantato il ragazzo con il loro sguardo.
La cerimonia grande e festosa fu accessibile e tutti i residenti della caserma e alle loro famiglie. Brindarono, cantarono e mangiarono per più di un giorno. Damian fissava la sua sposa rapito, era la creatura femminile più bella che avesse mai visto nella sua vita di combattente. Non conosceva la fanciulla al suo fianco, ma i suoi occhi sapevano dirgli più di quanto lei potesse raccontare di se stessa. Occhi, quelli di lei, che il giovane desiderava potesse ereditare suo figlio, il figlio della guerra.

Note: 
Questo racconto per me rappresentava quasi una sfida: riuscire a scrivere un racconto storico. E' stato scritto durante l'estate che ha seguito il mio primo anno di Liceo (si è capito, in quel periodo scrivevo tanto!) nella speranza di farlo leggere alla mia professoressa....ma l'anno seguente me l'hanno sostituita -.- Quello che qui dovrebbe rappresentare il finale non è la reale conclusione che avevo pensato, ma il brano è rimasto incocluso per un bel pò di anni; la parte "La cerimonia grande e festosa..." ecc è stata inserita solo dopo nel tentativo di dare una conclusione ad un brano sul quale avevo speso molto tempo e che mi sembrava riuscito bene. Rileggendolo mi sono resa conto che, anche qui, il personaggio principale non è molto caratterizzato e sembra quasi una pedina mossa dagli eventi che si susseguono. Il suo reale carattere non viene fuori! E mi sono dilungata troppo sulle descrizioni.. lo so...ma in fondo avevo solo 15 anni! 
P.S. Il canto di guerra che sente il piccolo Damian è la traduzione del ritornello di Welcome to the Black Parade dei My Chemical Romance!  

Le isole del tesoro

Era questione di giorni. Prima o poi “Il pellicano” avrebbe chiuso. Quella vacillante baracca stava per cadere a pezzi e con essa la vita del suo proprietario, il vecchio Boris: smilzo, incurvato dall’età, con indosso un grembiule sudicio. All’interno tutto era piuttosto consumato. I tavoli e le sedie scheggiati; i vetri delle finestre in frantumi; il pavimento in legno rigonfio per l’umidità, per non parlare dell’igiene. Le bottiglie dietro al bancone erano talmente opache per la polvere che non si riusciva più a leggere le etichette, tanto che talvolta il povero Boris confondeva il whisky con il rum, ed ecco che così si veniva a creare una vera e propria sommossa in cui si vedevano sgabelli per aria, tavoli ribaltati a terra, piatti, bicchieri e bottiglie in mille pezzi, il tutto contornato da una serie interminabile di pugni, pedate e quant’altro. In quei casi il vecchio Boris se ne stava rifugiato dietro al bancone con il giovane Phill, il quale gli era stato affidato all’età di cinque anni in seguito alla morte dei genitori.
Era una giornata d’ottobre. Il cielo era grigio e il mare era increspato; per le strade nemmeno un’anima viva. E a “Il pellicano” sempre e solo l’abitudinaria clientela. Improvvisamente ci fu silenzio, tutti si volsero attoniti, interrompendo ciò che stavano facendo. Entrò con quel suo passo pesante un uomo, seguito da una carriola che portava un baule. Alto, poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sopra il suo bisunto abito blu: le mani rugose e ragnate di cicatrici, dall’unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il taglio di un colpo di sciabola d’un bianco livido e sporco. Roteò in giro un’occhiata fischiettando fra sé, e poi, con una vecchia stridula e tremula voce ritmata e arrochita intonò una canzone di mare. Si sedette e con un cenno fece segnale a Phill, il quale corse subito a prendere l’ordinazione.
- Buon giorno! Prego cosa volete ordinare? – chiese il ragazzo con aria sbigottita dall’aspetto del nuovo cliente.
-  Un bicchiere di whisky, giovanotto! – rispose, mentre con una mano teneva sempre ben stretta la carriola con il baule e con gli occhi poggiava il suo sguardo vigile su chiunque.
Phill corse subito al bancone.
- Signor Boris, whisky per il nuovo arrivato!
Il vecchio allora prese un bicchiere, uno fra i migliori, e lo pulì col grembiule. Si volse poi per prendere la bottiglia, ma esitava a prendere l’una a sinistra o l’altra a destra. Il ragazzo pertanto gli suggerì di prendere quella a destra, dopodiché consegnò l’ordinazione. L’uomo misterioso bevve, mentre il ragazzino attendeva che dicesse qualcosa.
- Portamene un altro – disse.
Phill allora corse nuovamente a prenderne un altro. Quello, dopo aver bevuto, disse al ragazzino quasi sghignazzando – Mi piaci ragazzo! Cosa ne diresti di venire con me, sulla mia nave?
- Perché proprio io, signore? – chiese.
- Ragazzo, tu sei giovane, svelto, attento…sei perfetto! – rispose l’uomo con tono convincente.
- Perfetto? – replicò Phill.
- Insomma fai troppe domande! Vieni con me, alla ricerca della chiave di questo forziere! Avanti, ti prometto che la metà del contenuto sarà tua, qualunque cosa ci sia all’interno! Ci stai?
Il ragazzo rifletté un attimo. Si avvicinò al vecchio Boris e lo consultò. Questo, con rammarico, gli diede il permesso di partire, sfoggiando un sorriso abbastanza malinconico. Al giovane s’illuminarono i grandi occhi azzurri e tolto il grembiule abbracciò quel vecchio che avrebbe visto per l’ultima volta, o almeno così pensava. Si diresse perciò verso l’uomo misterioso che gli diede una forte pacca sulla spalla con la sua mano rugosa e rivolgendosi agli altri clienti chiese – Ho bisogno di persone disposte a viaggiare sulla mia nave! Gente che abbia fegato! Non mi servono femminucce! Voglio uomini che siano disposti a seguirmi ovunque, anche all’inferno se è il caso! Allora, chi vuole arruolarsi? Prendete esempio dal ragazzo!
Alcuni si guardarono negli occhi allibiti, poi se ne alzarono una dozzina, uno dopo l’altro.
- Bene! Se non c’è nessun altro possiamo andare sulla nave! Sappiate che adesso non potete più  tirarvi indietro.
Poi rivolgendosi al vecchio proprietario – Non volevo rubarvi i clienti, ma non preoccupatevi, finita la missione, quelli che saranno rimasti vivi potranno tornare a bere il vostro delizioso whisky!
Scoppiando così in un’irrefrenabile risata. Al contrario i nuovi arruolati furono attraversati da un brivido di terrore lungo la schiena.
Salparono l’indomani mattina. La nave era sudicia tanto quanto il suo capitano, ma la ciurma non era da meno. Uomini senza uno straccio di denaro, un’abitazione ed una famiglia, che avevano voluto partecipare alla spedizione per cambiare aria ed uscire da quella vita monotona e misera. Erano già stati impartiti degli ordini e ciascuno li stava svolgendo a dovere.
- Novellino! – gridò il capitano.
- Sì signore? – rispose Phill facendosi strada fra i più grandi per farsi vedere.
- Vieni con me. Ti devo far vedere una cosa!

Quando si fece sera la nave era ormai abbastanza lontana e il giovane sedicenne non riusciva a dormire, così decise di fare un giro all’interno della nave. Mentre gironzolava gli accadde di sentire in sottofondo un singhiozzo proveniente dalla stanza più buia e remota dell’imbarcazione. Poi improvvisamente, dopo qualche minuto, quel pianto non si sentì più. Phill udì quel pianto per più notti di seguito e se pur impaurito volle capire di cosa si trattasse. Una notte di queste, presa e accesa una lanterna, cominciò a scendere i gradini di una scala che portavano ad una chissà quale stanza, alla quale il capitano aveva proibito di accedere. Sceso anche l’ultimo scalino, il ragazzo si ritrovò dinnanzi una porta malridotta. Questa era chiusa a chiave, ma la serratura era ancora abbastanza resistente. Da lì si poteva ben sentire che oltre quella soglia c’era qualcuno che piangeva.
- C’è qualcuno qui dentro? – domandò a bassa voce per  non  svegliare gli altri.
Il pianto cessò immediatamente.
Nelle notti seguenti Phill ripensò continuamente a quel singhiozzo che d’allora non aveva più udito, ma soprattutto chi sarebbe potuto esserci dietro quella porta.
L’irrefrenabile curiosità, solita dei giovani, lo condusse nuovamente davanti a quell’insolita camera. Ma non c’era modo di aprirla. Pensò, giustamente, che la chiave la tenesse il capitano nella sua stanza, ma che di certo lui non gliel’avrebbe data tanto facilmente. Si recò quindi nella camera di questo. La porta era aperta, egli l’aprì cautamente spingendola finché non  riuscì a passare, poi se la richiuse dietro le spalle senza far rumore. Il capitano stava dormendo ed un mazzo di chiavi era appeso ad un chiodo vicino al suo letto. Phill pian piano, mettendo un piede davanti all’altro e rimanendo sempre attento a non inciampare, si avvicinò fino a raggiungere le chiavi. Volgendo lo sguardo si accorse che l’uomo addormentato teneva al collo una piccola chiave piuttosto gelosamente. Quella avrebbe aperto la porta, ma il problema adesso era come prenderla. Capì che quella sera non ci sarebbe riuscito e con aria afflitta se ne tornò a dormire.  
Il giorno seguente fu carico di lavoro per tutti, mentre il capitano se ne stava al timone tranquillo  ad assegnare compiti spossanti. A Phill, invece, era stato dato il compito di cuoco: qualcosa gliel’aveva insegnato il vecchio Boris quando lavorava ancora per lui. Di certo a quella gentaglia non importava la raffinatezza del cibo, ma solamente riempirsi lo stomaco.
- Ehi! Moccioso! Abbiamo fame! Vuoi muoverti?
- Arrivo subito!
Mentre gli altri mangiavano, egli ne avrebbe approfittato per cercare nuovamente di prendere quella chiave. S’introdusse furtivamente nella camera del capitano, sperando che l’avesse lasciata lì da qualche parte. Cercò ovunque: sotto il letto, nei cassetti del tavolo, tra gli abiti e nell’armadio, ma non trovò nulla. Ad un tratto sentì dei passi, probabilmente del capitano, che si stavano avvicinando. Allora Phill si nascose subito sotto il letto. La porta si spalancò, il capitano si tolse gli stivali e tolta anche la chiave dal collo, la poggiò sul tavolo, poi si gettò sul letto e si addormentò. Quando Phill fu certo che si fosse addormentato, uscì dal suo nascondiglio e, sempre senza far rumore, afferrò la chiave e fuggì verso l’uscita.
Finalmente poteva aprire quella camera e vedere chi ci fosse rinchiuso. Scese velocemente gli scalini, introdusse la chiave nella serratura e girò la maniglia. Era una stanza buia, gelida, sporca. Tra i barili di polvere da sparo e tra le casse contenenti le munizioni per i cannoni, in un angolo stava una figura minuta che singhiozzava. Phill fece luce in quell’angolo con la lanterna che teneva in mano, e con sua sorpresa vide – Una ragazza?!
La ragazza si coprì gli occhi con le mani, essendo abituata a rimanere al buio, e spaventata si infilò tra le botti. Era una ragazzina magra, di carnagione chiara, con due bellissimi occhi castani chiari  ed una chioma bruna lunga fino alla schiena. Poteva avere all’incirca quindici anni, ma nelle sue condizioni ne dimostrava di meno. Doveva essere a digiuno da parecchi giorni.
Phill poggiò la lanterna per terra e le si avvicinò lentamente, dicendole – Non avere paura, non voglio farti del male.
Ma lei indietreggiava sempre più, quando, ancora col viso bagnato dalle lacrime, sussurrò – Sta arrivando…
- Chi? – chiese lui.
Neanche ebbe il tempo di chiederlo che si ritrovò dinnanzi il capitano sulla porta con un’espressione furibonda e spaurita.
- Piccola canaglia, come ti sei permesso di disobbedirmi! Avevo proibito a chiunque di venire fin qui! Tu invece hai avuto persino il fegato di rubarmi la chiave e aprire questa maledetta porta! Io ti…
- Padre no! – lo interruppe la ragazza con tono supplichevole.
- Padre? – Phill rimase esterrefatto per ciò che aveva appena sentito. Chi avrebbe mai pensato che un uomo del genere potesse avere una figlia?
Il capitano era impaurito e preoccupato. Oramai era stato scoperto: la piccola era sua figlia.
Attorno a loro si era creata un’atmosfera asfissiante e angosciante: Phill era colui che aveva violato il divieto ed era venuto a conoscenza di un segreto rilevante, il capitano invece, era stato scoperto di aver rinchiuso la figlia per settimane, tenendola quasi a digiuno ed infine la povera ragazza era vittima dell’insensibilità e crudeltà di quell’uomo del quale aveva sempre e solo avuto terrore.
- Mi stava portando solamente la mia solita razione, siccome voi ve n’eravate dimenticati!
- E’ vero! – continuò Phill.
Il capitano scrutava attentamente perplesso e diffidente entrambi i ragazzi, quando all’improvviso il silenzio venne rotto da un tuono.
- Capitano! Capitano! Una tempesta di dimensioni gigantesche sta per abbattersi su di noi! Ci dica cosa dobbiamo fare!
Il capitano gettò un’occhiata su Phill, poi replicò – Avevo già previsto tutto! Se sapremo sfruttarli,  i venti della tempesta ci porteranno direttamente a destinazione! Preparatevi agli ordini.
- Sissignore! – concluse l’uomo.
 Ben presto dal mare si alzarono forti venti e sulla nave si abbatterono enormi onde che inabissarono parte dell’equipaggio.
- Uomo in mare capitano! – urlava uno, ma l'altro rispondeva – Meglio così! Un incompetente in meno! Ah! Ah! Ah! – ridendo.
Affrontava la tempesta come fosse una sfida o una bestia feroce da domare. Gli uomini a disposizione erano ormai pochi, ma a bordo non si perdeva in ogni caso la speranza.
La tempesta continuò per un’altra ora, poi tornò nuovamente la pace. Phill si occupò degli uomini che erano rimasti feriti e preparò loro qualcosa da mangiare. Quelli che invece si erano salvati senza riportare gravi ferite, tentarono, per quanto era loro possibile, di riparare i piccoli danni della nave. Il giovane sedicenne in seguito, portò qualcosa anche alla figlia del capitano, la quale divorò tutto in modo impressionante e veloce.
- Qual è il tuo nome? – le chiese infine Phill.
- Il mio nome è Avril!
- Piacere io sono Phill!- aggiunse sorridendole.  I due rimasero a chiacchierare fino a notte fonda.

Il mattino seguente la risata compiaciuta del capitano con quella sua voce vecchia, stridula e tremula  confermò l’arrivo a destinazione: un’isola nel bel mezzo del mare aperto.
- Uomini, siamo arrivati! Gettate l’ancora e preparate le scialuppe!
- Capitano ma dove ci troviamo? – chiese Phill.
- Vedi giovanotto, questa è una delle due isole gemelle. Conosci la loro storia?
- No signore.
Il capitano borbottò in segno di disapprovazione e di disprezzo verso quel ragazzo che fino ad allora aveva vissuto servendo ai  tavoli di una lurida e cadente locanda.
- Ascolta ragazzo. Una vecchia e famosissima leggenda dice che in due punti opposti della terra esistono due isole praticamente identiche. Sono irraggiungibili senza una qualche mappa o bussola speciale. Pare che un pirata, il più temibile di quel tempo, in una decina di anni fosse riuscito a racimolare un bel bottino, abbastanza invidiabile e perciò decise di conservarlo in un forziere e di nascondere quest’ultimo in una delle due isole e la chiave nella sua gemella. Poi abbozzò una mappa con simboli dei quali solamente lui conosceva il significato per poter ritornare un giorno a riprendere il suo tesoro. Sfortunatamente morì dopo qualche anno; la nave sprofondò e con essa il segreto delle due isole gemelle. Ma si sa come va a finire, no?
- Come signore?
- Da quel momento chiunque possedeva una nave si avviò alla ricerca di quel tesoro. Ma per quanto potessero navigare finivano sempre col l’approdare sulla stessa isola. Non vedi? Siamo nel bel mezzo del mare aperto! Attorno a noi il nulla! Persino io ho avuto un bel po’ di difficoltà le prime volte. - il capitano fece un sorrisino per il ritorno dei ricordi degli anni passati a girovagare per mare.
- Le prime volte? – domandò perplesso il giovane.
L’uomo allora scoppiò in una forte risata. – Giovanotto hai idea di quanti anni è che giro per il mondo alla ricerca di questa maledetta isola? Te lo dico io…da ben quaranta anni! Ogni anno un equipaggio diverso…quanti ne ho visti giovani come te morirmi davanti gli occhi! – l’espressione del capitano si fece più seria, malinconica e cupa. Portava sulle spalle il rimorso opprimente della morte di tanti giovani che avevano intrapreso con lui la sua ricerca.
Quando la nave giunse a riva l’intero equipaggio, oramai composto da pochi uomini, si mise alla ricerca della chiave tanto allusa. Persino Avril, sotto protezione di Phill, prese parte alla spedizione. Non ebbero neanche il tempo di mettere piede nella foresta che subito furono assaliti da un gruppo di selvaggi, abitanti dell’isola. Ad esser preso maggiormente di mira fu il capitano, che con il suo aspetto destava soggezione a chiunque lo guardasse per la prima volta. Egli si ritrovò con una decina di lance dalla punta affilata  mirate al collo, tanto che fu costretto a seguire i suoi assalitori.
Phill ed Avril, essendo i più piccoli, riuscirono a nascondersi ed a scappare lontano dalla portata degli indigeni. Corsero per un bel po’ di strada e anche molto velocemente finché non si ritrovarono davanti ad un simulacro. Probabilmente rappresentava una divinità, ma la cosa curiosa era ciò che teneva fra le mani.
- E’ la chiave! – esclamò Phill – Avril abbiamo trovato la chiave del forziere! – qualcuno doveva averla trovata e non sapendo a cosa servisse, doveva averla attribuita al dio come fosse una sua arma.
Lui allora si arrampicò e la tolse dalle mani della statua. Ma a scoprirli ci fu un bambino del luogo che corse subito a dare l’allarme a coloro che intanto avevano accerchiato il resto della ciurma.
I due ragazzi non esitarono a scappare. Ripresero a correre in cerca di una via di fuga, ma la vegetazione era fitta e uscire da quella foresta sembrava quasi impossibile. Avril allora tolse dalle mani di Phill la chiave e con la punta fece dei segnali sugli alberi in modo da ricordare da che parte erano andati. Proseguirono in tal modo, raggiungendo gli altri, fino alla spiaggia con gli aborigeni alle calcagna.
- Signor capitano abbandoniamo l’isola! – propose uno dell’equipaggio.
- Io non mi muovo di qui finché non ho trovato quella maledetta chiave! – rispose crucciato.
- Capitano non c’è nessuna chiave su quest’isola! Abbiamo cercato dappertutto! – aggiunse Phill.
Così il capitano, rassegnatosi ordinò di risalire a bordo e di lasciare quell’isola.
Quando furono abbastanza lontani, Phill fu richiamato nella camera del suo superiore.
- Ragazzo, oramai il mio sogno è andato in frantumi, ma la mia casa è questa: il mare. Tu invece hai qualcuno che ti aspetta impaziente e perciò non voglio farti correre altri pericoli, sei ancora troppo giovane per morire! Tra qualche giorno sarai di ritorno a casa e potrai portare con te questo vecchio baule in ricordo di quest’emozionante avventura. Oramai  non so più che farmene! – concludendo così.
Superata nuovamente la tempesta, che riportò la nave sulla via del ritorno, dopo qualche giorno Phill poté mettere finalmente piede sulla terra ferma. Con il braccio salutò da lontano per l’ultima volta il capitano ed Avril, poi si volse in direzione della locanda che fortunatamente stava ancora in piedi. Entrò con il baule sulla carriola. Nulla era cambiato, persino la clientela era pur sempre la stessa. Il vecchio Boris appena lo vide corse ad abbracciarlo, quasi con le lacrime agli occhi per la gioia del suo ritorno. Poi il ragazzo chiese un favore – Qualcuno può aiutarmi a mettere sul tavolo questo forziere?
Subito due uomini alti e forzuti si precipitarono a sollevarlo e a porlo sul tavolo come aveva detto il giovane. Tutti guardavano con perplessa curiosità. Un silenzio incessante e insopportabile riempiva l’intera sala.
Phill si chinò. Gli sguardi erano fissi su di lui. Dallo stivale estrasse una grossa chiave arrugginita: la introdusse nella serratura del baule e la girò finché non si udì uno scatto. Il forziere si aprì. Tutti guardarono sbalorditi. Era colmo di pietre preziose e gettoni d’oro.


Note:
Questo racconto è stato scritto in occasione di un esercizio di scrittura creativa richiesto dalla mia professoressa del primo anno di Liceo Classico....ricordo di aver consegnato questo racconto due giorni dopo il giorno richiesto perchè non ero riuscita a finirlo in tempo e per restare a casa avevo inventato alla professoressa di essere stata male, ma l'esercizio l'avevo ultimato comunque. Glielo consegnai e lei fu lieta di leggerselo a casa, nonostante quelli dei miei compagni fossero stati revisionati e letti in classe. Ho ricevuto dei complimenti per questo racconto, nonostante, è normale, ci siano delle cose che non quadrano; allora non ero molto brava a caratterizzare bene i personaggi...ciò nonostante sono come affezionata a questo racconto...per questo motivo ho voluto pubblicarlo per primo in questo blog e senza modificare alcunchè nella storia.