Aveva soli sette anni e il suo destino era già stato deciso. Così come
tutti i bambini spartiati della sua età, Damian fu costretto ad abbandonare la sua famiglia e i suoi
divertimenti per proiettare la sua esistenza verso la quotidiana ricerca dell’onore, anche a costo
della vita stessa.
Venne un uomo a portarlo via con sé – Vuoi diventare un uomo valoroso,
famoso e potente come tuo padre, piccolo?
Il bimbo annuiva ingenuamente come persuaso dal tono convincente
dell’uomo che rendeva la proposta piuttosto allettante. Il padre lo guardava estasiato e con un
sorriso lo incoraggiava ad andare, mentre la madre, con gli occhi lucidi, si stringeva al marito
con il volto diretto dall’altra parte per non sconvolgere il piccolo Damian con le sue lacrime. L’uomo
allora lo prese per la sua piccola mano e lo condusse verso quella che sarebbe stata la sua nuova
dimora sino all’età di trenta anni.
Proseguirono fino a ritrovarsi dinnanzi ad una costruzione enorme e
imponente: la caserma.
Dall’esterno era possibile sentire un canto sfrenato, ma stanco, che
accompagnava una marcia ancora non del tutto perfetta, che faceva così:
Andremo avanti, andremo avanti
noi porteremo avanti la vostra memoria
la porteremo avanti
e nel mio cuore non posso contenerla
l'inno lo spiegherà
non mi coinvolgerai mai
perché il mondo non prenderà mai il mio cuore
puoi provarci, ma non mi spezzerai mai...ecc.
- Benvenuto piccolo, adesso
sei un ragazzo della
truppa! Come ti chiami?
- Mi chiamo
Damian signore!
L’uomo
sorrise compiaciuto, poi mise il suo braccio intorno alle piccole e minute
spalle del bambino, e
fece cenno all’altro di andare per lasciarli da soli. Presero a camminare
lentamente.
- Damian tu
sai benissimo di essere il figlio di uno tra i migliori guerrieri che fanno
parte
dell’esercito
spartano...- il piccolo stava ad ascoltare, osservando l’istruttore con occhi
sgranati
dalla
curiosità – Bene, e come tale sarai trattato!
Ciò non voleva dire che le sue condizioni all’interno della caserma sarebbero state migliori degli altri allievi.
Ciò non voleva dire che le sue condizioni all’interno della caserma sarebbero state migliori degli altri allievi.
Al contrario
il padre di Damian aveva ricevuto un’istruzione ancor più severa, perché da lui
erano pretese le
migliori prestazioni, poiché anch’egli, come il resto delle generazioni
precedenti, era figlio di un
abilissimo guerriero spartano, che aveva prestato servizio allo stato fino alla
fine dei suoi giorni,
sempre fedelmente.
Quindi la
vita di Damian all’interno della caserma divenne quasi impossibile: gli
allenamenti erano snervanti e
a volte anche noiosi, un esempio lo era la Pirrica, ma gli istruttori
continuavano a ripetere che
tale danza era essenziale per sciogliere i muscoli e acquistare il respiro;
nonostante tutto quel che
dicessero, “danzare” era davvero seccante; i dormitori non erano per niente
comodi, anzi i piccoli
allievi dormivano su dei giacigli, i quali non erano altro che miseri pagliericci
di canne; per non parlare
del cibo frugale: la sera, a cena, veniva servita loro una brodaglia nera,
mentre gli adulti, tra
i quali anche sessantenni, godevano di un pasto moderatamente migliore rispetto
al loro; quel che
forse si poteva considerare l’usanza più vantaggiosa per i giovani aspiranti
guerrieri, era la libera
uscita una volta alla settimana, durante la quale questi ne approfittavano per
svagarsi e dedicarsi a
ciò che non riguardasse la guerra.
Gli
allenamenti per Damian si dimostrarono, infatti, inizialmente piuttosto
faticosi ma, come volevasi dimostrare, egli riuscì a soddisfare le richieste
dei suoi istruttori, che lo tenevano sotto controllo continuamente.
Il giovane
spartiata crebbe così forte e coraggioso che ritennero opportuno farlo
partecipare alle criptee:
cacce segrete, durante le quali egli ed altri suoi compagni più coraggiosi,
armati di un pugnale e
forniti di una minima quantità di cibo, ebbero il compito di scovare e uccidere segretamente
i cospiratori tra i popoli assoggettati.
Il successo
ottenuto al ritorno dalle criptee rese Damian, ormai divenuto adolescente, più
che popolare
all’interno della caserma fra tutti gli allievi, grandi e piccoli. Ma, a sua
volta, una tale fama gli procurò
amici e nemici, questi ultimi più numerosi dei primi. Fra tutti i rivali il più
ostinato e invidioso
era un certo Petro, suo coetaneo, al quale era morto il padre in battaglia e
perciò egli doveva
assolutamente risultare il cadetto modello per assicurare alla sua famiglia
fama e gloria così come aveva
provveduto il padre precedentemente. Voleva superarlo ad ogni costo e con
questo pretesto si
sottoponeva ad allenamenti più duri e più faticosi, sotto sorveglianza di un
istruttore della caserma, vecchio
amico d’infanzia del genitore scomparso. Nonostante ciò, nulla cambiava, il
nome di Damian
era sulla bocca di tutti.
Egli
inoltre, col tempo raggiunse un livello tale che decisero di fare un’eccezione
solo per lui e affrettare i
tempi: stabilirono di celebrare la cerimonia del sacrificio e dell’iniziazione
al tempio di Artemide
Orthia il primo giorno del mese successivo, mentre gli altri avrebbero dovuto
attendere il compiersi
dei loro venti anni. Questo scatenò una grande indignazione da parte dei cadetti
più giovani, ma
la cerimonia si fece in ogni caso.
Il primo
giorno del mese successivo arrivò. Dal fondo della piazza tra le case basse
ricoperte di calce si
aprì la folla antistante per fare largo al corteo: alla testa vi erano i
sacerdoti avvolti in nivee vesti, con
il capo fasciato da lunghe bende di lana; subito dopo gli araldi e i loro
serventi; dietro marciavano
gli Eguali, vestiti di tuniche e mantelli rossi color del sangue, che finirono
col disporsi lungo
quattro file, rimanendo immobili, scudo contro scudo. Poco più distante
seguivano le guardie reali dalle
armature ornate con gli stemmi delle principali famiglie e dietro i due re,
seguiti dai Paidotribi,
ovvero i cittadini educatori. Tutto ciò solo per Damian, che allora aveva soli
diciassette anni. In
seguito al sacrificio ad Artemide, si spalancarono le porte del tempio al suono
acuto dei flauti; cinque
efori chiamarono il giovane spartiata per nome, il quale venne afferrato per le
braccia e frustato
fino allo sfinimento. Poi gli furono coperte le spalle insanguinate con uno dei
mantelli rossi degli
Eguali e posto tra le braccia uno scudo con una grande lambda. Un uomo si
avvicinò al giovane tremante, che sentiva ancora il sangue scorrergli lungo le
spalle, e gli disse:
- Da questo giorno tu sei un Iranes, effettivo a pieno titolo dell’esercito di
Sparta! E d’ora in poi
dovrai servire lo stato sempre fedelmente... - questo continuava a parlare, ma
Damian sentiva la sua voce
lieve e impercettibile, come fosse lontana. Riuscì a resistere al dolore
lancinante alle spalle
finché l’uomo non smise di parlare dopo più di dieci minuti, fu allora che
cadde a terra svenuto. La
madre, che aveva assistito per tutto il tempo, si fece largo tra la folla e si
gettò sul figlio sanguinante,
ma fu subito allontanata e il ragazzo fu portato in caserma.
Damian
trascorse altri dieci lunghi anni in caserma, conducendo sempre la stessa vita
tra gli allenamenti.
A Sparta nel
frattempo la tensione era talmente densa che si poteva tagliare col coltello:
le ostilità con Atene si
erano accentuate, poiché entrambe le città ambivano a ricoprire un ruolo
egemone nel territorio
greco, e inoltre si temeva l’invasione nell’Ellade dei Persiani, i quali si
erano già impossessati
della Lidia e della Mesopotamia, avevano sottomesso l’Egitto e adesso miravano
al controllo
dei commerci che passavano per il Mar Nero. Da poco le
colonie ioniche dell’Asia minore si erano ribellate all’egemonia dell’impero
persiano, e solo Atene,
per i suoi interessi sull’Egeo, le aveva appoggiate; sfortunatamente la rivolta
si era
conclusa con
la distruzione di Mileto e la deportazione dei suoi abitanti.
Quando
Damian venne a conoscenza del pericolo incombente, si recò precipitosamente dal
capo istruttore e
poi dal padre stesso chiedendo loro supplichevolmente di poter far parte
dell’armata allestita in
vista dell’arrivo dei Persiani; il ragazzo voleva mettersi alla prova dopo anni
di duro allenamento.
Entrambi risposero al giovane che sarebbero stati entusiasti di acconsentire
alla sua richiesta, ma era evidente che Atene sarebbe stato il bersaglio dei
nemici stranieri, di conseguenza l’esercito spartano sarebbe intervenuto
solamente nel caso in cui la città avesse richiesto soccorso militare. Damian rimase un
po’ deluso da quella loro spiegazione, che poteva sembrare plausibile, ma che
invece racchiudeva
in sé un evidente e ostinato rancore nei confronti dell’eterna rivale. Nonostante
ciò il giovane non si arrese e li implorò di voler combattere. I due uomini
rimasero sbalorditi
dalla sua volontà e dal suo coraggio, tanto che per un attimo ritennero
possibile esaudire il suo
desiderio.
Padre,
figlio e istruttore si recarono così ad Atene segretamente, e riuscirono ad
ottenere un colloquio
con l’arconte Milziade, al quale esposero la loro richiesta. Questo si
dimostrò ben lieto di acconsentire alla richiesta, a costo che gli spartani
dessero comunque
sostegno militare in caso di bisogno. I due uomini strinsero la mano
all’arconte, dopodiché si
rimisero in viaggio verso Sparta, dove Damian avrebbe ripreso ad allenarsi per prepararsi
al suo gran momento di gloria.
Quel
fatidico giorno arrivò dopo non molto tempo. I Persiani sbarcarono a Maratona
con la loro flotta nel
490 a.C. in seguito all’invasione dell’Eretria, mentre il giovane guerriero si
trovava già in viaggio
verso il campo di battaglia, accompagnato dal padre, vestito di tutto punto per
il combattimento. Quando i nemici si trovavano nei pressi della città, Damian
era fortunatamente già arrivato a destinazione.
- Abbiamo
bisogno di rinforzi! – disse Milziade rivolgendosi al padre del ragazzo, il
quale gli rispose:
- Farò tutto ciò che è in mio potere, voi avete esaudito il desiderio di mio
figlio, è ora che io vi ripaghi
per ciò che avete fatto!
A questa risposta l’arconte fece un piccolo
inchino col capo in segno di gratitudine; detto questo i due uomini si
separarono, tornando ognuno al proprio dovere. Una volta conclusi gli ultimi
preparativi, i soldati si disposero in un gruppo centrale e in due ali; invocando
il nome degli dei affinché questi vegliassero su di loro e recitando a squarcia
gola il loro canto di guerra, presero a marciare.
Milziade
decise di attaccare all’alba. Gli ateniesi aggredirono i nemici di corsa. I Persiani
non erano ancora completamente pronti perché era mattina molto presto, si
spinsero così contro il centro dello schieramento greco. I greci si ritirarono
attirando i nemici all'interno delle proprie ali schierate, le quali si
precipitarono sui fianchi dei Persiani mentre il centro sostenne
improvvisamente l'urto dei nemici. Fra questi Damian si muoveva con maestria e con
veemenza, quasi fosse una divinità; i suoi occhi erano infuocati, aveva la bava
alla bocca e i suoi piedi erano pronti e scattanti, mentre la sua lancia aveva
già trafitto i cuori di una dozzina di nemici, i quali gli si scagliavano
addosso, inconsci di andare incontro a morte certa. Sembrava che
nessuno
riuscisse a contrastarlo; sembrava che la guerra fosse la sua ragione di vita.
I Persiani
in seguito ruppero le file e cominciarono a ritirarsi. Sotto la spinta dei
Greci, la ritirata divenne una
rotta. I
Greci stettero attaccati ai nemici in fuga fino alla spiaggia, li seguirono nell'acqua,
mentre nuotavano
verso le navi e catturarono sette imbarcazioni persiane. La battaglia non era
ancora terminata
però, adesso bisognava difendere la città di Atene per l’ultima volta, dal
momento che i Persiani vi si dirigevano con ciò che era rimasto della loro
flotta. A quel proposito Damian rimase piuttosto perplesso, si chiedeva se a
questo punto valesse la pena combattere per la difesa di una città che non
fosse la sua, quando gli si avvicinò Milziade in groppa al suo cavallo – Figlio
di un
traditore!
Tuo padre mi aveva promesso rinforzi militari, e invece non si è presentato
nemmeno con un misero
uomo! Tornatene a casa ragazzo! Non abbiamo più bisogno del vostro aiuto!
- Mi
dispiace signore, ma io non ho nessuna intenzione di tornarmene a casa, sono
venuto sin qui
per
combattere una guerra, e non me ne andrò senza il mio trofeo!
Detto questo
l’arconte, infastidito dalla risposta del giovane, riprese la marcia con il
resto
dell’esercito,
compreso Damian.
La difesa di
Atene fu logorante per tutti, i soldati ateniesi cadevano in ginocchio stremati
dalla stanchezza,
ora che dinanzi non vi era alcun nemico, ed un sorriso adesso marcava il loro
viso intriso di
sudore, che pian piano si trasformò in una risata e dopo ancora in un urlo.
L’incubo era finalmente
terminato.
Le porte della città avrebbero dovuto aprirsi al suo arrivo e l’intera popolazione avrebbe dovuto esser lì per accogliere uno dei vincitori, ma non fu così per Damian al suo ritorno in patria, poiché nessuno era a conoscenza della sua impresa e perciò nessuno poté lodarlo per le sue gesta.
Era notte
fonda quando riuscì finalmente a rimettere piede in caserma: entrò
silenziosamente portando con
se il trofeo di guerra, raggiunto il dormitorio si spogliò dell’armatura e
indossò i suoi abiti
usuali; non appena provò a distendersi notò improvvisamente un leggero, quasi
impercettibile, rumore di
passi che andava avvicinandosi. Il giovane allora, incuriosito, sporse appena
la testa sul corridoio,
quando una giovane fanciulla gli passò davanti. Egli la fermò afferrandola per
la mano,ma la ragazza
in preda al terrore scappò via.
Il giorno
seguente tutti furono lieti di rivedere Damian, sano e salvo. Venne innalzato
un piccolo altare nel
cortile centrale e destinata una parte del trofeo alle divinità, in segno di
gratitudine. I genitori del
giovane andarono a riabbracciare il figlio appena saputa la notizia del suo
ritorno, ma Damian si
dimostrò piuttosto indifferente nel vedere il padre, al contrario si gettò
precipitosamente fra le
braccia della madre, che cominciò a stringerlo a sé come fosse ancora un
bambino. Ma certamente
ancora bambino non era, anzi i suoi genitori avevano già provveduto a trovargli
una moglie, la
quale non era che la figlia del capo istruttore della caserma.
Quando i due
giovani, alcuni giorni dopo, vennero presentati, si riconobbero immediatamente per quel brevissimo
incontro che vi era stato tra loro la notte che Damian era ritornato in caserma
dalla guerra.
- Damian
questa è mia figlia Helene, la tua futura sposa! – disse l’uomo presentando la
sua primogenita.
Helene era una bella fanciulla di carnagione chiara, dai lineamenti raffinati,
e dal portamento
accurato; i lunghi capelli ricci e bruni le ricadevano sulle spalle,
proseguendo lungo tutta la
schiena, mentre i suoi grandi occhi scuri avevano già incantato il ragazzo con
il loro sguardo.
La cerimonia
grande e festosa fu accessibile e tutti i residenti della caserma e alle loro
famiglie. Brindarono, cantarono e mangiarono per più di un giorno. Damian
fissava la sua sposa rapito, era la creatura femminile più bella che avesse mai
visto nella sua vita di combattente. Non conosceva la fanciulla al suo fianco,
ma i suoi occhi sapevano dirgli più di quanto lei potesse raccontare di se
stessa. Occhi, quelli di lei, che il giovane desiderava potesse ereditare suo
figlio, il figlio della guerra.
Note:
Questo racconto per me rappresentava quasi una sfida: riuscire a scrivere un racconto storico. E' stato scritto durante l'estate che ha seguito il mio primo anno di Liceo (si è capito, in quel periodo scrivevo tanto!) nella speranza di farlo leggere alla mia professoressa....ma l'anno seguente me l'hanno sostituita -.- Quello che qui dovrebbe rappresentare il finale non è la reale conclusione che avevo pensato, ma il brano è rimasto incocluso per un bel pò di anni; la parte "La cerimonia grande e festosa..." ecc è stata inserita solo dopo nel tentativo di dare una conclusione ad un brano sul quale avevo speso molto tempo e che mi sembrava riuscito bene. Rileggendolo mi sono resa conto che, anche qui, il personaggio principale non è molto caratterizzato e sembra quasi una pedina mossa dagli eventi che si susseguono. Il suo reale carattere non viene fuori! E mi sono dilungata troppo sulle descrizioni.. lo so...ma in fondo avevo solo 15 anni!
P.S. Il canto di guerra che sente il piccolo Damian è la traduzione del ritornello di Welcome to the Black Parade dei My Chemical Romance!