martedì 3 settembre 2013

Le isole del tesoro

Era questione di giorni. Prima o poi “Il pellicano” avrebbe chiuso. Quella vacillante baracca stava per cadere a pezzi e con essa la vita del suo proprietario, il vecchio Boris: smilzo, incurvato dall’età, con indosso un grembiule sudicio. All’interno tutto era piuttosto consumato. I tavoli e le sedie scheggiati; i vetri delle finestre in frantumi; il pavimento in legno rigonfio per l’umidità, per non parlare dell’igiene. Le bottiglie dietro al bancone erano talmente opache per la polvere che non si riusciva più a leggere le etichette, tanto che talvolta il povero Boris confondeva il whisky con il rum, ed ecco che così si veniva a creare una vera e propria sommossa in cui si vedevano sgabelli per aria, tavoli ribaltati a terra, piatti, bicchieri e bottiglie in mille pezzi, il tutto contornato da una serie interminabile di pugni, pedate e quant’altro. In quei casi il vecchio Boris se ne stava rifugiato dietro al bancone con il giovane Phill, il quale gli era stato affidato all’età di cinque anni in seguito alla morte dei genitori.
Era una giornata d’ottobre. Il cielo era grigio e il mare era increspato; per le strade nemmeno un’anima viva. E a “Il pellicano” sempre e solo l’abitudinaria clientela. Improvvisamente ci fu silenzio, tutti si volsero attoniti, interrompendo ciò che stavano facendo. Entrò con quel suo passo pesante un uomo, seguito da una carriola che portava un baule. Alto, poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sopra il suo bisunto abito blu: le mani rugose e ragnate di cicatrici, dall’unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il taglio di un colpo di sciabola d’un bianco livido e sporco. Roteò in giro un’occhiata fischiettando fra sé, e poi, con una vecchia stridula e tremula voce ritmata e arrochita intonò una canzone di mare. Si sedette e con un cenno fece segnale a Phill, il quale corse subito a prendere l’ordinazione.
- Buon giorno! Prego cosa volete ordinare? – chiese il ragazzo con aria sbigottita dall’aspetto del nuovo cliente.
-  Un bicchiere di whisky, giovanotto! – rispose, mentre con una mano teneva sempre ben stretta la carriola con il baule e con gli occhi poggiava il suo sguardo vigile su chiunque.
Phill corse subito al bancone.
- Signor Boris, whisky per il nuovo arrivato!
Il vecchio allora prese un bicchiere, uno fra i migliori, e lo pulì col grembiule. Si volse poi per prendere la bottiglia, ma esitava a prendere l’una a sinistra o l’altra a destra. Il ragazzo pertanto gli suggerì di prendere quella a destra, dopodiché consegnò l’ordinazione. L’uomo misterioso bevve, mentre il ragazzino attendeva che dicesse qualcosa.
- Portamene un altro – disse.
Phill allora corse nuovamente a prenderne un altro. Quello, dopo aver bevuto, disse al ragazzino quasi sghignazzando – Mi piaci ragazzo! Cosa ne diresti di venire con me, sulla mia nave?
- Perché proprio io, signore? – chiese.
- Ragazzo, tu sei giovane, svelto, attento…sei perfetto! – rispose l’uomo con tono convincente.
- Perfetto? – replicò Phill.
- Insomma fai troppe domande! Vieni con me, alla ricerca della chiave di questo forziere! Avanti, ti prometto che la metà del contenuto sarà tua, qualunque cosa ci sia all’interno! Ci stai?
Il ragazzo rifletté un attimo. Si avvicinò al vecchio Boris e lo consultò. Questo, con rammarico, gli diede il permesso di partire, sfoggiando un sorriso abbastanza malinconico. Al giovane s’illuminarono i grandi occhi azzurri e tolto il grembiule abbracciò quel vecchio che avrebbe visto per l’ultima volta, o almeno così pensava. Si diresse perciò verso l’uomo misterioso che gli diede una forte pacca sulla spalla con la sua mano rugosa e rivolgendosi agli altri clienti chiese – Ho bisogno di persone disposte a viaggiare sulla mia nave! Gente che abbia fegato! Non mi servono femminucce! Voglio uomini che siano disposti a seguirmi ovunque, anche all’inferno se è il caso! Allora, chi vuole arruolarsi? Prendete esempio dal ragazzo!
Alcuni si guardarono negli occhi allibiti, poi se ne alzarono una dozzina, uno dopo l’altro.
- Bene! Se non c’è nessun altro possiamo andare sulla nave! Sappiate che adesso non potete più  tirarvi indietro.
Poi rivolgendosi al vecchio proprietario – Non volevo rubarvi i clienti, ma non preoccupatevi, finita la missione, quelli che saranno rimasti vivi potranno tornare a bere il vostro delizioso whisky!
Scoppiando così in un’irrefrenabile risata. Al contrario i nuovi arruolati furono attraversati da un brivido di terrore lungo la schiena.
Salparono l’indomani mattina. La nave era sudicia tanto quanto il suo capitano, ma la ciurma non era da meno. Uomini senza uno straccio di denaro, un’abitazione ed una famiglia, che avevano voluto partecipare alla spedizione per cambiare aria ed uscire da quella vita monotona e misera. Erano già stati impartiti degli ordini e ciascuno li stava svolgendo a dovere.
- Novellino! – gridò il capitano.
- Sì signore? – rispose Phill facendosi strada fra i più grandi per farsi vedere.
- Vieni con me. Ti devo far vedere una cosa!

Quando si fece sera la nave era ormai abbastanza lontana e il giovane sedicenne non riusciva a dormire, così decise di fare un giro all’interno della nave. Mentre gironzolava gli accadde di sentire in sottofondo un singhiozzo proveniente dalla stanza più buia e remota dell’imbarcazione. Poi improvvisamente, dopo qualche minuto, quel pianto non si sentì più. Phill udì quel pianto per più notti di seguito e se pur impaurito volle capire di cosa si trattasse. Una notte di queste, presa e accesa una lanterna, cominciò a scendere i gradini di una scala che portavano ad una chissà quale stanza, alla quale il capitano aveva proibito di accedere. Sceso anche l’ultimo scalino, il ragazzo si ritrovò dinnanzi una porta malridotta. Questa era chiusa a chiave, ma la serratura era ancora abbastanza resistente. Da lì si poteva ben sentire che oltre quella soglia c’era qualcuno che piangeva.
- C’è qualcuno qui dentro? – domandò a bassa voce per  non  svegliare gli altri.
Il pianto cessò immediatamente.
Nelle notti seguenti Phill ripensò continuamente a quel singhiozzo che d’allora non aveva più udito, ma soprattutto chi sarebbe potuto esserci dietro quella porta.
L’irrefrenabile curiosità, solita dei giovani, lo condusse nuovamente davanti a quell’insolita camera. Ma non c’era modo di aprirla. Pensò, giustamente, che la chiave la tenesse il capitano nella sua stanza, ma che di certo lui non gliel’avrebbe data tanto facilmente. Si recò quindi nella camera di questo. La porta era aperta, egli l’aprì cautamente spingendola finché non  riuscì a passare, poi se la richiuse dietro le spalle senza far rumore. Il capitano stava dormendo ed un mazzo di chiavi era appeso ad un chiodo vicino al suo letto. Phill pian piano, mettendo un piede davanti all’altro e rimanendo sempre attento a non inciampare, si avvicinò fino a raggiungere le chiavi. Volgendo lo sguardo si accorse che l’uomo addormentato teneva al collo una piccola chiave piuttosto gelosamente. Quella avrebbe aperto la porta, ma il problema adesso era come prenderla. Capì che quella sera non ci sarebbe riuscito e con aria afflitta se ne tornò a dormire.  
Il giorno seguente fu carico di lavoro per tutti, mentre il capitano se ne stava al timone tranquillo  ad assegnare compiti spossanti. A Phill, invece, era stato dato il compito di cuoco: qualcosa gliel’aveva insegnato il vecchio Boris quando lavorava ancora per lui. Di certo a quella gentaglia non importava la raffinatezza del cibo, ma solamente riempirsi lo stomaco.
- Ehi! Moccioso! Abbiamo fame! Vuoi muoverti?
- Arrivo subito!
Mentre gli altri mangiavano, egli ne avrebbe approfittato per cercare nuovamente di prendere quella chiave. S’introdusse furtivamente nella camera del capitano, sperando che l’avesse lasciata lì da qualche parte. Cercò ovunque: sotto il letto, nei cassetti del tavolo, tra gli abiti e nell’armadio, ma non trovò nulla. Ad un tratto sentì dei passi, probabilmente del capitano, che si stavano avvicinando. Allora Phill si nascose subito sotto il letto. La porta si spalancò, il capitano si tolse gli stivali e tolta anche la chiave dal collo, la poggiò sul tavolo, poi si gettò sul letto e si addormentò. Quando Phill fu certo che si fosse addormentato, uscì dal suo nascondiglio e, sempre senza far rumore, afferrò la chiave e fuggì verso l’uscita.
Finalmente poteva aprire quella camera e vedere chi ci fosse rinchiuso. Scese velocemente gli scalini, introdusse la chiave nella serratura e girò la maniglia. Era una stanza buia, gelida, sporca. Tra i barili di polvere da sparo e tra le casse contenenti le munizioni per i cannoni, in un angolo stava una figura minuta che singhiozzava. Phill fece luce in quell’angolo con la lanterna che teneva in mano, e con sua sorpresa vide – Una ragazza?!
La ragazza si coprì gli occhi con le mani, essendo abituata a rimanere al buio, e spaventata si infilò tra le botti. Era una ragazzina magra, di carnagione chiara, con due bellissimi occhi castani chiari  ed una chioma bruna lunga fino alla schiena. Poteva avere all’incirca quindici anni, ma nelle sue condizioni ne dimostrava di meno. Doveva essere a digiuno da parecchi giorni.
Phill poggiò la lanterna per terra e le si avvicinò lentamente, dicendole – Non avere paura, non voglio farti del male.
Ma lei indietreggiava sempre più, quando, ancora col viso bagnato dalle lacrime, sussurrò – Sta arrivando…
- Chi? – chiese lui.
Neanche ebbe il tempo di chiederlo che si ritrovò dinnanzi il capitano sulla porta con un’espressione furibonda e spaurita.
- Piccola canaglia, come ti sei permesso di disobbedirmi! Avevo proibito a chiunque di venire fin qui! Tu invece hai avuto persino il fegato di rubarmi la chiave e aprire questa maledetta porta! Io ti…
- Padre no! – lo interruppe la ragazza con tono supplichevole.
- Padre? – Phill rimase esterrefatto per ciò che aveva appena sentito. Chi avrebbe mai pensato che un uomo del genere potesse avere una figlia?
Il capitano era impaurito e preoccupato. Oramai era stato scoperto: la piccola era sua figlia.
Attorno a loro si era creata un’atmosfera asfissiante e angosciante: Phill era colui che aveva violato il divieto ed era venuto a conoscenza di un segreto rilevante, il capitano invece, era stato scoperto di aver rinchiuso la figlia per settimane, tenendola quasi a digiuno ed infine la povera ragazza era vittima dell’insensibilità e crudeltà di quell’uomo del quale aveva sempre e solo avuto terrore.
- Mi stava portando solamente la mia solita razione, siccome voi ve n’eravate dimenticati!
- E’ vero! – continuò Phill.
Il capitano scrutava attentamente perplesso e diffidente entrambi i ragazzi, quando all’improvviso il silenzio venne rotto da un tuono.
- Capitano! Capitano! Una tempesta di dimensioni gigantesche sta per abbattersi su di noi! Ci dica cosa dobbiamo fare!
Il capitano gettò un’occhiata su Phill, poi replicò – Avevo già previsto tutto! Se sapremo sfruttarli,  i venti della tempesta ci porteranno direttamente a destinazione! Preparatevi agli ordini.
- Sissignore! – concluse l’uomo.
 Ben presto dal mare si alzarono forti venti e sulla nave si abbatterono enormi onde che inabissarono parte dell’equipaggio.
- Uomo in mare capitano! – urlava uno, ma l'altro rispondeva – Meglio così! Un incompetente in meno! Ah! Ah! Ah! – ridendo.
Affrontava la tempesta come fosse una sfida o una bestia feroce da domare. Gli uomini a disposizione erano ormai pochi, ma a bordo non si perdeva in ogni caso la speranza.
La tempesta continuò per un’altra ora, poi tornò nuovamente la pace. Phill si occupò degli uomini che erano rimasti feriti e preparò loro qualcosa da mangiare. Quelli che invece si erano salvati senza riportare gravi ferite, tentarono, per quanto era loro possibile, di riparare i piccoli danni della nave. Il giovane sedicenne in seguito, portò qualcosa anche alla figlia del capitano, la quale divorò tutto in modo impressionante e veloce.
- Qual è il tuo nome? – le chiese infine Phill.
- Il mio nome è Avril!
- Piacere io sono Phill!- aggiunse sorridendole.  I due rimasero a chiacchierare fino a notte fonda.

Il mattino seguente la risata compiaciuta del capitano con quella sua voce vecchia, stridula e tremula  confermò l’arrivo a destinazione: un’isola nel bel mezzo del mare aperto.
- Uomini, siamo arrivati! Gettate l’ancora e preparate le scialuppe!
- Capitano ma dove ci troviamo? – chiese Phill.
- Vedi giovanotto, questa è una delle due isole gemelle. Conosci la loro storia?
- No signore.
Il capitano borbottò in segno di disapprovazione e di disprezzo verso quel ragazzo che fino ad allora aveva vissuto servendo ai  tavoli di una lurida e cadente locanda.
- Ascolta ragazzo. Una vecchia e famosissima leggenda dice che in due punti opposti della terra esistono due isole praticamente identiche. Sono irraggiungibili senza una qualche mappa o bussola speciale. Pare che un pirata, il più temibile di quel tempo, in una decina di anni fosse riuscito a racimolare un bel bottino, abbastanza invidiabile e perciò decise di conservarlo in un forziere e di nascondere quest’ultimo in una delle due isole e la chiave nella sua gemella. Poi abbozzò una mappa con simboli dei quali solamente lui conosceva il significato per poter ritornare un giorno a riprendere il suo tesoro. Sfortunatamente morì dopo qualche anno; la nave sprofondò e con essa il segreto delle due isole gemelle. Ma si sa come va a finire, no?
- Come signore?
- Da quel momento chiunque possedeva una nave si avviò alla ricerca di quel tesoro. Ma per quanto potessero navigare finivano sempre col l’approdare sulla stessa isola. Non vedi? Siamo nel bel mezzo del mare aperto! Attorno a noi il nulla! Persino io ho avuto un bel po’ di difficoltà le prime volte. - il capitano fece un sorrisino per il ritorno dei ricordi degli anni passati a girovagare per mare.
- Le prime volte? – domandò perplesso il giovane.
L’uomo allora scoppiò in una forte risata. – Giovanotto hai idea di quanti anni è che giro per il mondo alla ricerca di questa maledetta isola? Te lo dico io…da ben quaranta anni! Ogni anno un equipaggio diverso…quanti ne ho visti giovani come te morirmi davanti gli occhi! – l’espressione del capitano si fece più seria, malinconica e cupa. Portava sulle spalle il rimorso opprimente della morte di tanti giovani che avevano intrapreso con lui la sua ricerca.
Quando la nave giunse a riva l’intero equipaggio, oramai composto da pochi uomini, si mise alla ricerca della chiave tanto allusa. Persino Avril, sotto protezione di Phill, prese parte alla spedizione. Non ebbero neanche il tempo di mettere piede nella foresta che subito furono assaliti da un gruppo di selvaggi, abitanti dell’isola. Ad esser preso maggiormente di mira fu il capitano, che con il suo aspetto destava soggezione a chiunque lo guardasse per la prima volta. Egli si ritrovò con una decina di lance dalla punta affilata  mirate al collo, tanto che fu costretto a seguire i suoi assalitori.
Phill ed Avril, essendo i più piccoli, riuscirono a nascondersi ed a scappare lontano dalla portata degli indigeni. Corsero per un bel po’ di strada e anche molto velocemente finché non si ritrovarono davanti ad un simulacro. Probabilmente rappresentava una divinità, ma la cosa curiosa era ciò che teneva fra le mani.
- E’ la chiave! – esclamò Phill – Avril abbiamo trovato la chiave del forziere! – qualcuno doveva averla trovata e non sapendo a cosa servisse, doveva averla attribuita al dio come fosse una sua arma.
Lui allora si arrampicò e la tolse dalle mani della statua. Ma a scoprirli ci fu un bambino del luogo che corse subito a dare l’allarme a coloro che intanto avevano accerchiato il resto della ciurma.
I due ragazzi non esitarono a scappare. Ripresero a correre in cerca di una via di fuga, ma la vegetazione era fitta e uscire da quella foresta sembrava quasi impossibile. Avril allora tolse dalle mani di Phill la chiave e con la punta fece dei segnali sugli alberi in modo da ricordare da che parte erano andati. Proseguirono in tal modo, raggiungendo gli altri, fino alla spiaggia con gli aborigeni alle calcagna.
- Signor capitano abbandoniamo l’isola! – propose uno dell’equipaggio.
- Io non mi muovo di qui finché non ho trovato quella maledetta chiave! – rispose crucciato.
- Capitano non c’è nessuna chiave su quest’isola! Abbiamo cercato dappertutto! – aggiunse Phill.
Così il capitano, rassegnatosi ordinò di risalire a bordo e di lasciare quell’isola.
Quando furono abbastanza lontani, Phill fu richiamato nella camera del suo superiore.
- Ragazzo, oramai il mio sogno è andato in frantumi, ma la mia casa è questa: il mare. Tu invece hai qualcuno che ti aspetta impaziente e perciò non voglio farti correre altri pericoli, sei ancora troppo giovane per morire! Tra qualche giorno sarai di ritorno a casa e potrai portare con te questo vecchio baule in ricordo di quest’emozionante avventura. Oramai  non so più che farmene! – concludendo così.
Superata nuovamente la tempesta, che riportò la nave sulla via del ritorno, dopo qualche giorno Phill poté mettere finalmente piede sulla terra ferma. Con il braccio salutò da lontano per l’ultima volta il capitano ed Avril, poi si volse in direzione della locanda che fortunatamente stava ancora in piedi. Entrò con il baule sulla carriola. Nulla era cambiato, persino la clientela era pur sempre la stessa. Il vecchio Boris appena lo vide corse ad abbracciarlo, quasi con le lacrime agli occhi per la gioia del suo ritorno. Poi il ragazzo chiese un favore – Qualcuno può aiutarmi a mettere sul tavolo questo forziere?
Subito due uomini alti e forzuti si precipitarono a sollevarlo e a porlo sul tavolo come aveva detto il giovane. Tutti guardavano con perplessa curiosità. Un silenzio incessante e insopportabile riempiva l’intera sala.
Phill si chinò. Gli sguardi erano fissi su di lui. Dallo stivale estrasse una grossa chiave arrugginita: la introdusse nella serratura del baule e la girò finché non si udì uno scatto. Il forziere si aprì. Tutti guardarono sbalorditi. Era colmo di pietre preziose e gettoni d’oro.


Note:
Questo racconto è stato scritto in occasione di un esercizio di scrittura creativa richiesto dalla mia professoressa del primo anno di Liceo Classico....ricordo di aver consegnato questo racconto due giorni dopo il giorno richiesto perchè non ero riuscita a finirlo in tempo e per restare a casa avevo inventato alla professoressa di essere stata male, ma l'esercizio l'avevo ultimato comunque. Glielo consegnai e lei fu lieta di leggerselo a casa, nonostante quelli dei miei compagni fossero stati revisionati e letti in classe. Ho ricevuto dei complimenti per questo racconto, nonostante, è normale, ci siano delle cose che non quadrano; allora non ero molto brava a caratterizzare bene i personaggi...ciò nonostante sono come affezionata a questo racconto...per questo motivo ho voluto pubblicarlo per primo in questo blog e senza modificare alcunchè nella storia. 

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