martedì 3 settembre 2013

Il figlio della guerra

Aveva soli sette anni e il suo destino era già stato deciso. Così come tutti i bambini spartiati della sua età, Damian fu costretto ad abbandonare la sua famiglia e i suoi divertimenti per proiettare la sua esistenza verso la quotidiana ricerca dell’onore, anche a costo della vita stessa.
Venne un uomo a portarlo via con sé – Vuoi diventare un uomo valoroso, famoso e potente come tuo padre, piccolo?
Il bimbo annuiva ingenuamente come persuaso dal tono convincente dell’uomo che rendeva la proposta piuttosto allettante. Il padre lo guardava estasiato e con un sorriso lo incoraggiava ad andare, mentre la madre, con gli occhi lucidi, si stringeva al marito con il volto diretto dall’altra parte per non sconvolgere il piccolo Damian con le sue lacrime. L’uomo allora lo prese per la sua piccola mano e lo condusse verso quella che sarebbe stata la sua nuova dimora sino all’età di trenta anni.
Proseguirono fino a ritrovarsi dinnanzi ad una costruzione enorme e imponente: la caserma.
Dall’esterno era possibile sentire un canto sfrenato, ma stanco, che accompagnava una marcia ancora non del tutto perfetta, che faceva così:

Andremo avanti, andremo avanti
e sebbene siate morti e andati, credetemi
noi porteremo avanti la vostra memoria
la porteremo avanti
e nel mio cuore non posso contenerla
l'inno lo spiegherà
non mi coinvolgerai mai
perché il mondo non prenderà mai il mio cuore
puoi provarci, ma non mi spezzerai mai...ecc.

Continuavano in tal modo all’infinito, senza mai fermarsi un secondo. Il piccolo e l’uomo entrarono e con passo veloce attraversarono l’intero edificio. Damian vide bambini di tutte le età in condizioni terribili marciare nonostante la spossatezza e il dolore per i colpi di staffile e per i cramp allo stomaco; vi erano poi i più grandi che si allenavano con le lance, i giavellotti, e le spade, qualcuna a volte sporca di sangue. L’ambiente non era affatto accogliente e le grandi stanze erano sporche e poco illuminate. Così procedendo il piccolo spartiata fu condotto dinnanzi all’istruttore, che, appoggiatagli la sua gran mano ruvida, gli disse:
- Benvenuto piccolo, adesso sei un ragazzo della truppa! Come ti chiami?
- Mi chiamo Damian signore!
L’uomo sorrise compiaciuto, poi mise il suo braccio intorno alle piccole e minute spalle del bambino, e fece cenno all’altro di andare per lasciarli da soli. Presero a camminare lentamente.
- Damian tu sai benissimo di essere il figlio di uno tra i migliori guerrieri che fanno parte
dell’esercito spartano...- il piccolo stava ad ascoltare, osservando l’istruttore con occhi sgranati
dalla curiosità – Bene, e come tale sarai trattato!
Ciò non voleva dire che le sue condizioni all’interno della caserma sarebbero state migliori degli altri allievi.
Al contrario il padre di Damian aveva ricevuto un’istruzione ancor più severa, perché da lui erano pretese le migliori prestazioni, poiché anch’egli, come il resto delle generazioni precedenti, era figlio di un abilissimo guerriero spartano, che aveva prestato servizio allo stato fino alla fine dei suoi giorni, sempre fedelmente.
Quindi la vita di Damian all’interno della caserma divenne quasi impossibile: gli allenamenti erano snervanti e a volte anche noiosi, un esempio lo era la Pirrica, ma gli istruttori continuavano a ripetere che tale danza era essenziale per sciogliere i muscoli e acquistare il respiro; nonostante tutto quel che dicessero, “danzare” era davvero seccante; i dormitori non erano per niente comodi, anzi i piccoli allievi dormivano su dei giacigli, i quali non erano altro che miseri pagliericci di canne; per non parlare del cibo frugale: la sera, a cena, veniva servita loro una brodaglia nera, mentre gli adulti, tra i quali anche sessantenni, godevano di un pasto moderatamente migliore rispetto al loro; quel che forse si poteva considerare l’usanza più vantaggiosa per i giovani aspiranti guerrieri, era la libera uscita una volta alla settimana, durante la quale questi ne approfittavano per svagarsi e dedicarsi a ciò che non riguardasse la guerra.
Gli allenamenti per Damian si dimostrarono, infatti, inizialmente piuttosto faticosi ma, come volevasi dimostrare, egli riuscì a soddisfare le richieste dei suoi istruttori, che lo tenevano sotto controllo continuamente.
Il giovane spartiata crebbe così forte e coraggioso che ritennero opportuno farlo partecipare alle criptee: cacce segrete, durante le quali egli ed altri suoi compagni più coraggiosi, armati di un pugnale e forniti di una minima quantità di cibo, ebbero il compito di scovare e uccidere segretamente i cospiratori tra i popoli assoggettati.
Il successo ottenuto al ritorno dalle criptee rese Damian, ormai divenuto adolescente, più che popolare all’interno della caserma fra tutti gli allievi, grandi e piccoli. Ma, a sua volta, una tale fama gli procurò amici e nemici, questi ultimi più numerosi dei primi. Fra tutti i rivali il più ostinato e invidioso era un certo Petro, suo coetaneo, al quale era morto il padre in battaglia e perciò egli doveva assolutamente risultare il cadetto modello per assicurare alla sua famiglia fama e gloria così come aveva provveduto il padre precedentemente. Voleva superarlo ad ogni costo e con questo pretesto si sottoponeva ad allenamenti più duri e più faticosi, sotto sorveglianza di un istruttore della caserma, vecchio amico d’infanzia del genitore scomparso. Nonostante ciò, nulla cambiava, il nome di Damian era sulla bocca di tutti.
Egli inoltre, col tempo raggiunse un livello tale che decisero di fare un’eccezione solo per lui e affrettare i tempi: stabilirono di celebrare la cerimonia del sacrificio e dell’iniziazione al tempio di Artemide Orthia il primo giorno del mese successivo, mentre gli altri avrebbero dovuto attendere il compiersi dei loro venti anni. Questo scatenò una grande indignazione da parte dei cadetti più giovani, ma la cerimonia si fece in ogni caso.
Il primo giorno del mese successivo arrivò. Dal fondo della piazza tra le case basse ricoperte di calce si aprì la folla antistante per fare largo al corteo: alla testa vi erano i sacerdoti avvolti in nivee vesti, con il capo fasciato da lunghe bende di lana; subito dopo gli araldi e i loro serventi; dietro marciavano gli Eguali, vestiti di tuniche e mantelli rossi color del sangue, che finirono col disporsi lungo quattro file, rimanendo immobili, scudo contro scudo. Poco più distante seguivano le guardie reali dalle armature ornate con gli stemmi delle principali famiglie e dietro i due re, seguiti dai Paidotribi, ovvero i cittadini educatori. Tutto ciò solo per Damian, che allora aveva soli diciassette anni. In seguito al sacrificio ad Artemide, si spalancarono le porte del tempio al suono acuto dei flauti; cinque efori chiamarono il giovane spartiata per nome, il quale venne afferrato per le braccia e frustato fino allo sfinimento. Poi gli furono coperte le spalle insanguinate con uno dei mantelli rossi degli Eguali e posto tra le braccia uno scudo con una grande lambda. Un uomo si avvicinò al giovane tremante, che sentiva ancora il sangue scorrergli lungo le spalle, e gli disse:
- Da questo giorno tu sei un Iranes, effettivo a pieno titolo dell’esercito di Sparta! E d’ora in poi dovrai servire lo stato sempre fedelmente... - questo continuava a parlare, ma Damian sentiva la sua voce lieve e impercettibile, come fosse lontana. Riuscì a resistere al dolore lancinante alle spalle finché l’uomo non smise di parlare dopo più di dieci minuti, fu allora che cadde a terra svenuto. La madre, che aveva assistito per tutto il tempo, si fece largo tra la folla e si gettò sul figlio sanguinante, ma fu subito allontanata e il ragazzo fu portato in caserma.
Damian trascorse altri dieci lunghi anni in caserma, conducendo sempre la stessa vita tra gli allenamenti.
A Sparta nel frattempo la tensione era talmente densa che si poteva tagliare col coltello: le ostilità con Atene si erano accentuate, poiché entrambe le città ambivano a ricoprire un ruolo egemone nel territorio greco, e inoltre si temeva l’invasione nell’Ellade dei Persiani, i quali si erano già impossessati della Lidia e della Mesopotamia, avevano sottomesso l’Egitto e adesso miravano al controllo dei commerci che passavano per il Mar Nero. Da poco le colonie ioniche dell’Asia minore si erano ribellate all’egemonia dell’impero persiano, e solo Atene, per i suoi interessi sull’Egeo, le aveva appoggiate; sfortunatamente la rivolta si era
conclusa con la distruzione di Mileto e la deportazione dei suoi abitanti.
Quando Damian venne a conoscenza del pericolo incombente, si recò precipitosamente dal capo istruttore e poi dal padre stesso chiedendo loro supplichevolmente di poter far parte dell’armata allestita in vista dell’arrivo dei Persiani; il ragazzo voleva mettersi alla prova dopo anni di duro allenamento. Entrambi risposero al giovane che sarebbero stati entusiasti di acconsentire alla sua richiesta, ma era evidente che Atene sarebbe stato il bersaglio dei nemici stranieri, di conseguenza l’esercito spartano sarebbe intervenuto solamente nel caso in cui la città avesse richiesto soccorso militare. Damian rimase un po’ deluso da quella loro spiegazione, che poteva sembrare plausibile, ma che invece racchiudeva in sé un evidente e ostinato rancore nei confronti dell’eterna rivale. Nonostante ciò il giovane non si arrese e li implorò di voler combattere. I due uomini rimasero sbalorditi dalla sua volontà e dal suo coraggio, tanto che per un attimo ritennero possibile esaudire il suo desiderio.
Padre, figlio e istruttore si recarono così ad Atene segretamente, e riuscirono ad ottenere un colloquio con l’arconte Milziade, al quale esposero la loro richiesta. Questo si dimostrò ben lieto di acconsentire alla richiesta, a costo che gli spartani dessero comunque sostegno militare in caso di bisogno. I due uomini strinsero la mano all’arconte, dopodiché si rimisero in viaggio verso Sparta, dove Damian avrebbe ripreso ad allenarsi per prepararsi al suo gran momento di gloria.
Quel fatidico giorno arrivò dopo non molto tempo. I Persiani sbarcarono a Maratona con la loro flotta nel 490 a.C. in seguito all’invasione dell’Eretria, mentre il giovane guerriero si trovava già in viaggio verso il campo di battaglia, accompagnato dal padre, vestito di tutto punto per il combattimento. Quando i nemici si trovavano nei pressi della città, Damian era fortunatamente già arrivato a destinazione.
- Abbiamo bisogno di rinforzi! – disse Milziade rivolgendosi al padre del ragazzo, il quale gli rispose:
- Farò tutto ciò che è in mio potere, voi avete esaudito il desiderio di mio figlio, è ora che io vi ripaghi per ciò che avete fatto!
 A questa risposta l’arconte fece un piccolo inchino col capo in segno di gratitudine; detto questo i due uomini si separarono, tornando ognuno al proprio dovere. Una volta conclusi gli ultimi preparativi, i soldati si disposero in un gruppo centrale e in due ali; invocando il nome degli dei affinché questi vegliassero su di loro e recitando a squarcia gola il loro canto di guerra, presero a marciare.
Milziade decise di attaccare all’alba. Gli ateniesi aggredirono i nemici di corsa. I Persiani non erano ancora completamente pronti perché era mattina molto presto, si spinsero così contro il centro dello schieramento greco. I greci si ritirarono attirando i nemici all'interno delle proprie ali schierate, le quali si precipitarono sui fianchi dei Persiani mentre il centro sostenne improvvisamente l'urto dei nemici. Fra questi Damian si muoveva con maestria e con veemenza, quasi fosse una divinità; i suoi occhi erano infuocati, aveva la bava alla bocca e i suoi piedi erano pronti e scattanti, mentre la sua lancia aveva già trafitto i cuori di una dozzina di nemici, i quali gli si scagliavano addosso, inconsci di andare incontro a morte certa. Sembrava che
nessuno riuscisse a contrastarlo; sembrava che la guerra fosse la sua ragione di vita.
I Persiani in seguito ruppero le file e cominciarono a ritirarsi. Sotto la spinta dei Greci, la ritirata divenne una
rotta. I Greci stettero attaccati ai nemici in fuga fino alla spiaggia, li seguirono nell'acqua, mentre nuotavano verso le navi e catturarono sette imbarcazioni persiane. La battaglia non era ancora terminata però, adesso bisognava difendere la città di Atene per l’ultima volta, dal momento che i Persiani vi si dirigevano con ciò che era rimasto della loro flotta. A quel proposito Damian rimase piuttosto perplesso, si chiedeva se a questo punto valesse la pena combattere per la difesa di una città che non fosse la sua, quando gli si avvicinò Milziade in groppa al suo cavallo – Figlio di un traditore! Tuo padre mi aveva promesso rinforzi militari, e invece non si è presentato nemmeno con un misero uomo! Tornatene a casa ragazzo! Non abbiamo più bisogno del vostro aiuto!
- Mi dispiace signore, ma io non ho nessuna intenzione di tornarmene a casa, sono venuto sin qui
per combattere una guerra, e non me ne andrò senza il mio trofeo!
Detto questo l’arconte, infastidito dalla risposta del giovane, riprese la marcia con il resto
dell’esercito, compreso Damian.
La difesa di Atene fu logorante per tutti, i soldati ateniesi cadevano in ginocchio stremati dalla stanchezza, ora che dinanzi non vi era alcun nemico, ed un sorriso adesso marcava il loro viso intriso di sudore, che pian piano si trasformò in una risata e dopo ancora in un urlo. L’incubo era finalmente terminato.

Le porte della città avrebbero dovuto aprirsi al suo arrivo e l’intera popolazione avrebbe dovuto esser lì per accogliere uno dei vincitori, ma non fu così per Damian al suo ritorno in patria, poiché nessuno era a conoscenza della sua impresa e perciò nessuno poté lodarlo per le sue gesta.
Era notte fonda quando riuscì finalmente a rimettere piede in caserma: entrò silenziosamente portando con se il trofeo di guerra, raggiunto il dormitorio si spogliò dell’armatura e indossò i suoi abiti usuali; non appena provò a distendersi notò improvvisamente un leggero, quasi impercettibile, rumore di passi che andava avvicinandosi. Il giovane allora, incuriosito, sporse appena la testa sul corridoio, quando una giovane fanciulla gli passò davanti. Egli la fermò afferrandola per la mano,ma la ragazza in preda al terrore scappò via.
Il giorno seguente tutti furono lieti di rivedere Damian, sano e salvo. Venne innalzato un piccolo altare nel cortile centrale e destinata una parte del trofeo alle divinità, in segno di gratitudine. I genitori del giovane andarono a riabbracciare il figlio appena saputa la notizia del suo ritorno, ma Damian si dimostrò piuttosto indifferente nel vedere il padre, al contrario si gettò precipitosamente fra le braccia della madre, che cominciò a stringerlo a sé come fosse ancora un bambino. Ma certamente ancora bambino non era, anzi i suoi genitori avevano già provveduto a trovargli una moglie, la quale non era che la figlia del capo istruttore della caserma.
Quando i due giovani, alcuni giorni dopo, vennero presentati, si riconobbero immediatamente per quel brevissimo incontro che vi era stato tra loro la notte che Damian era ritornato in caserma dalla guerra.
- Damian questa è mia figlia Helene, la tua futura sposa! – disse l’uomo presentando la sua primogenita. Helene era una bella fanciulla di carnagione chiara, dai lineamenti raffinati, e dal portamento accurato; i lunghi capelli ricci e bruni le ricadevano sulle spalle, proseguendo lungo tutta la schiena, mentre i suoi grandi occhi scuri avevano già incantato il ragazzo con il loro sguardo.
La cerimonia grande e festosa fu accessibile e tutti i residenti della caserma e alle loro famiglie. Brindarono, cantarono e mangiarono per più di un giorno. Damian fissava la sua sposa rapito, era la creatura femminile più bella che avesse mai visto nella sua vita di combattente. Non conosceva la fanciulla al suo fianco, ma i suoi occhi sapevano dirgli più di quanto lei potesse raccontare di se stessa. Occhi, quelli di lei, che il giovane desiderava potesse ereditare suo figlio, il figlio della guerra.

Note: 
Questo racconto per me rappresentava quasi una sfida: riuscire a scrivere un racconto storico. E' stato scritto durante l'estate che ha seguito il mio primo anno di Liceo (si è capito, in quel periodo scrivevo tanto!) nella speranza di farlo leggere alla mia professoressa....ma l'anno seguente me l'hanno sostituita -.- Quello che qui dovrebbe rappresentare il finale non è la reale conclusione che avevo pensato, ma il brano è rimasto incocluso per un bel pò di anni; la parte "La cerimonia grande e festosa..." ecc è stata inserita solo dopo nel tentativo di dare una conclusione ad un brano sul quale avevo speso molto tempo e che mi sembrava riuscito bene. Rileggendolo mi sono resa conto che, anche qui, il personaggio principale non è molto caratterizzato e sembra quasi una pedina mossa dagli eventi che si susseguono. Il suo reale carattere non viene fuori! E mi sono dilungata troppo sulle descrizioni.. lo so...ma in fondo avevo solo 15 anni! 
P.S. Il canto di guerra che sente il piccolo Damian è la traduzione del ritornello di Welcome to the Black Parade dei My Chemical Romance!  

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